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Per Rosa Genoni un vestito non era mai solo un vestito

fare la sarta

Rosa Genoni non è stata solo la madre della moda italiana ma una vera pioniera dell’attivismo sociale.

Il suo approccio alla moda era intrinsecamente legato ad una profonda visione etica che si sviluppò su tre pilastri fondamentali:  l’emancipazione femminile, la dignità del lavoro e il pacifismo. Trasformò la moda da puro ornamento a strumento di identità nazionale e di progresso civile, dimostrando che l’estetica può e deve camminare di pari passo con l’etica.

Milano all’inizio del 900 era una città in piena trasformazione. Mentre le industrie crescevano in periferia, il centro pulsava al ritmo delle macchine da cucire. Le sartorie erano un ponte tra la tradizione artigianale e la nascita della grande industria della moda.

Sarta di umili origini,diventata direttrice, lottò per migliorare le condizioni di lavoro nelle sartorie, denunciando lo sfruttamento delle “piscinine”.

Le “ piscinine“ erano le apprendiste, spesso bambine di 8 /10 anni (il termine derivavaproprio dal fatto che erano piccoline); il loro compito era fare commissioni, consegnare abiti e tenere in ordine il laboratorio.Nel 1902 furono protagoniste di uno storico sciopero per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro e l’abolizione dei maltrattamenti, ottenendo il supporto della città.Il risultato fu una vittoria storica :dopo diversi giorni di agitazione ottennero aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoroe una paga minima garantita .

Essere una sarta in quel periodo significava vivere in bilico tra il fascino dell’alta moda e una fatica quotidiana spesso invivibile.

 Il mondo del lavoro nelle sartorie non era uguale per tutte: esisteva una piramide sociale molto rigida all’interno dei laboratori.

Le lavoranti erano sarte formate, che eseguivano il lavoro materiale. Spesso specializzate in corpetti o gonne.

La “ Première” era la direttrice del laboratorio, l’unica che aveva il contatto diretto con la cliente e che decideva il tessuto e il taglio del modello.

La giornata di una sarta milanese era tutt’altro che poetica. Si lavorava in atelier eleganti vicino al Duomo o in angusti sottotetti e appartamenti privati nei quartieri più popolari come porta ticinese.Gli orari erano estenuanti : la giornata standard era di 12 ore, ma durante la stagione (periodi delle sfilate e dei grandi balli alla Scala) si  lavorava anche tutta la notte per finire una consegna .La scarsa illuminazione e la postura curva portavano spesso a problemi alla vista e alla colonna vertebrale già in giovane età.

Rosa Genoni era una militante socialista attiva e una convinta pacifista. Questo influenzò profondamente la sua visione del lavoro.

Si battéstrenuamente per migliorare le condizioni delle sartine, le lavoratrici del settore tessile, denunciando lo sfruttamento e promuovendo l’istruzione professionale .

Diresse la sezione di sartoria della scuola della Società Umanitaria di Milano, convinta che l’istruzione tecnica forse l’unica via per l’emancipazione economica delle donne.

Per Rosa Genoni un abito non poteva essere bello se dietro la sua creazione c’era sofferenza o ingiustizia sociale. L’abito era un linguaggio sociale che doveva comunicare dignità per chi lo produceva, libertà per chi lo indossava, orgoglio per la nazione che lo creava.

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